VESCOVADO

Il feudo dei vescovi di Siena

Dal 1189 al 1778 fu sede dell’omonimo Feudo vescovilesignoria ecclesiastica retta dal vescovo di Siena, di cui rimane il palazzo e l’attigua pieve di San Fortunato dove celebrava i riti religiosi.

Murlo fu la sede politico-amministrativa del vescovo nella sua qualità di feudatario, del vicario, del Consiglio, della Cancelleria, del carcere, delle milizie. La trecentesca e piccola chiesa di San Fortunato, rimaneggiata nel Cinquecento, era insignita della qualifica di “cattedrale“, dato che il signore vi officiava i riti religiosi quando soggiornava nell’attigua residenza murlese. Il borgo murato, costruito su un poggio, aveva una forma quasi circolare ed era dominato dal monometrico palazzo vescovile, realizzato presso un’antica torre.

Il vescovo deteneva la delega del mero et mixto imperio, ovvero aveva facoltà di giudicare nei procedimenti civili e penali. Poteva, inoltre, imporre tributi, far sostare o solo attraversare gli eserciti stranieri nel proprio territorio, concedere asilo politico. A questo proposito, nella rocca di Crevole, presso Murlo (vi era sistemato l’archivio feudale), controllata da una guarnigione senese retribuita dal vescovo, si rifugiavano i prelati in disaccordo con la politica dellarepubblica di Siena, poi del granducato di Toscana.

Il signore vescovo di Murlo aveva vari e importanti privilegi, similmente ad altri feudatari: poteva condonare la pena per alcuni reati anche gravi, albergare i contrabbandieri o soggetti criminali ricercati in Stati esteri ed era titolare della cosiddetta mensa vescovile, proprietaria di numerosi beni immobili, oltre algiuspatronato sulla maggior parte delle chiese del Vescovado.]

Esistevano, però, certi limiti ai poteri vescovili. Con Siena Murlo aveva stipulato una convenzione già dal 1387 (confermata nel 1668 dal granduca di Toscana Ferdinando II de’ Medici), onde tutelare gli interessi e i diritti di entrambi i soggetti. I vassalli dovevano contribuire alla manutenzione delle strade, acquistare solo il sale dal comune di Siena, nessun brigante della repubblica poteva rifugiarsi nel vescovado, i creditori di cittadini senesi riparati nel feudo dovevano essere obbligati dal vescovo ad adempiere alle obbligazioni.

Lo statuto del 1414, aggiornato dal futuro cardinale Antonio Casini (14091426), conteneva elementi favorevoli alla comunità, per esempio in tema di allevamento del bestiame, di pagamento dei balzelli, della maggiore repressione di illeciti quali la bestemmia.

Uno degli stemmi del Feudo di Murlo (spesso i vescovi esibivano il proprio) era così illustrato:

«Troncato di rosso e verde, al castello attraversante di bianco, sostenuto da due leoni rampanti d’oro.»

Il patrono era il titolare della pieve di Murlosan Fortunato di Todi, morto nel 565.

Nelle prime decadi del XVIII secolo il disagio tra gli oppressi sudditi del Vescovado aumentava. Il 5 gennaio 1778 Pietro Leopoldo di Lorena decise di eliminare questa anomalia giuridica, ormai anacronistica, e annetté il feudo di Murlo al Granducato di Toscana, nonostante le proteste dell’ultimo vescovo sovrano Tiberio Borghesi (arcivescovo di Siena) che si considerava fortemente danneggiato nei suoi diritti. Gli assegnò 250 scudi annuali, a titolo di risarcimento, e confermò il lucroso possesso dellamensa vescovile. Ricoprirono la carica di vescovi di Murlo: Enea Silvio Piccolomini (14501458), poi papa Pio II, e Francesco Todeschini Piccolomini (14601503), futuro Pio III.

l complesso costituisce l’evoluzione di un antico castello medievale, sorto su un precedente sito di epoca romana, del quale oggi rimane solo il mastio quadrato, dell’XI secolo, ed alcuni tratti delle spesse mura di cinta.

Antichi manoscritti [1], come anche la tradizione orale, riferiscono che “si trovavano frequentemente nei contorni di Murlo avanzi d’antichità dai quali si può congetturare che ivi fosse nei più remoti tempi qualche luogo considerabile”. Altra fonte manoscritta riporta il ritrovamento in Murlo da parte dei conti Oddi di una lapide con un’antichissima iscrizione in latino, che fu donata dalla famiglia Oddi al Monastero di San Pietro di Perugia per collocarla nel portico dello stesso tra le altre antiche iscrizioni.

L’antichità dell’insediamento trova altresì conferma nella presenza, nelle vicinanze di Murlo, sulla cima del Monte Elceto di Murlo (m. 620), dei resti di una fortificazione montana di epoca protostorica, facente parte – insieme all’insediamento sul Monte Civitelle ed a quello sul Monte Acuto – di una rete di “castellieri” protostorici aventi funzioni di guardiania e di controllo dei sottostanti fondi vallivi e stradali.

Nel 1087 il castello viene menzionato in una pergamena dell’abbazia di Santa Maria di Valdiponte, riportante, tra i testimoni di un atto di enfiteusi, un tal «Johannis de castro Murli». In seguito l’insediamento dovette perdere per qualche tempo importanza ed essere parzialmente abbandonato poiché nelle fonti successive i focolari di Murlo risultano sempre censiti insieme a quelli del vicino villaggio rurale di Somonte (villa Somontis), sviluppatosi intorno alla chiesa parrocchiale di San Savino, «a poche centinaia di metri dal castello di Murlo.»

Il castello compare nella carta di Ignazio Danti del 1577, affrescata nella Galleria delle Carte Geografiche del Vaticano.

Nel 1580 Murlo viene attaccato ed occupato dal condottiero Alfonso Piccolomini, conte di Montemarciano.

Dal XIV al XVIII secolo fu feudo della famiglia Oddi di PerugiaSforza Oddi, celebre giureconsulto del XVI secolo, è vissuto a Murlo per lungo tempo e vi ha composto i suoi insigni trattati De Juramento e De Restitutione in Integrum, confessando egli stesso che se queste opere sono di qualche utile agli studiosi della legge e di qualche onore alla patria se ne deve tutto il merito alla solitudine della sua villa di Murlo e non allo strepitio della Città o dei Ginnasi.

Successivamente il complesso e la vastissima tenuta sono passati ai de Fonseca Pimentel ed ai Carabba Tettamanti.